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News - Informazioni Turistiche / risorse utili

il Corriere delle Alpi Le Dolomiti nel Medioevo: ospitalità, arte e fede. Altro che periodo buio; altro che periferia della pianura.

La mostra che il Museo Diocesano di Feltre ospiterà all’inizio dell’autunno, e che è ora in preparazione, viaggia nella direzione diametralmente opposta. Codici miniati, opere d’arte che dialogano con il mondo anglosassone contemporaneo, con la Svizzera e il centro Italia: ma che trovano albergo qui, tra le Dolomiti. E’ questa l’impronta lasciata da un periodo, tra l’XI e il XIII secolo, nel quale la sola via degli ospizi della Val Cordevole registrava - ad uso di viandanti, commercianti di passaggio e pellegrini, certo; ma anche di poveri e, in generale, “foresti” - cinque domus hospitales nel giro di dieci chilometri: «Nella via Francigena ce n’è una ogni dieci - commenta don Giacomo Mazzorana - e questo significa, in rapporto, che il nostro territorio è stato un concentrato di ospitalità: tra le più alte d’Italia. Gli ospizi erano affidati al Capitolo della Cattedrale, e nei documenti che lasciano è evidente che l’urgenza era capire come i poveri venivano trattati: c’era una specie di monitoraggio continuo. Per chi ne aveva necessità, erano aperti gratuitamente di giorno e di notte, senza orari». Al Museo Diocesano, dunque, quello che di quei secoli di scambio intenso tra culture oggi resta andrà di scena immediatamente dopo la mostra dedicata a Sebastiano Ricci. A tre anni dalla sua apertura, il Museo ha riservato belle sorprese: «E’ stato pensato come avvio di uno studio del territorio - spiega don Mazzorana - un allestimento composto in parte da opere fisse, e in parte da opere ospitate a rotazione dalle parrocchie. Un luogo di fruibilità pubblica immediata. Per questo pensiamo di farne anche la sede di consultazione e della banca dati della catalogazione generale dei beni sacri che è ora in corso. Un museo attorno al quale nascessero anche altri musei di arte sacra, in tutta la provincia: a Canale d’Agordo, in Cadore, in Zoldo. Il primo anello, insomma, di una rete diffusa, su modello toscano. Certo, l’ideale è sempre che le opere d’arte restino in loco: ma se il luogo è chiuso, o a rischio...In questo il Diocesano è prezioso: anche per dare degna valorizzazione e protezione a opere che per lungo tempo sono rimaste nascoste. Come è stato, per esempio, il patrimonio di Vedana: rimasto in un luogo sicuro ma inaccessibile per vent’anni». (mi.fr.)

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