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Se pensate di essere nell’epoca del food design, dispiace deludervi: date un’occhiata al padiglione monografico del museo di Seravella, e scoprirete che, anche questa volta, non si è scoperto nulla di nuovo.
Di food design - e di che qualità - già si occupavano i nostri antenati: con variazioni d’artista sul tema del rame. “Il cibo in forma” si intitola la mostra che occuperà, fino al 5 dicembre, la dependance del museo con la collezione che Elio Dal Cin, antiquario, ha pazientemente raccolto a partire da metà del Novecento: rami, forme, oggetti della vita quotidiana e degli appuntamenti ufficiali. Stampi, pentole, leccarde, contenitori enormi e minuscoli: un viaggio lungo due, tre secoli che racconta molto bene che lo stare a tavola non è solo una questione di palato. Prima, si passa per l’occhio. E dunque: rombi, triglie, spigole, cefali, ombrine, persici, ricciole, cavallucci, astici, gamberi, delfini. Un intero acquario sbalzato a mano per i contenitori a forma di pesce, che occupano una intera parete della mostra, e sono uno dei pezzi forti, insieme ai fantasmagorici stampi per budino (a proposito: singolare la ricetta del “budino rosetto”, a disposizione degli sperimentatori che vogliano copiarsela e provare, salvato dal silenzio di un ricettario feltrino dell’Ottocento).
Forte il legame con il territorio: impossibile dire rame senza ricordare le miniere di Valle Imperina, alle quali sono dedicate alcune stazioni iniziali del percorso. Ma sono soprattutto le declinazioni quotidiane di questi piccoli esempi di bellezza e amore per i materiali a incantare: chi ricorda, per esempio, che cos’è la “bastardèla”? Risponde, orgogliosamente lucidata, la doppia chiusura di un contenitore: il corredo, appeso al petto con una cinghia che passava dietro le spalle, degli ambulanti che si partivano dalla Valle di Zoldo per andare in pianura, tra Venezia e Treviso, a vendere le pere cotte, chiuse a loro volta dentro una pentola stagnata.
Insomma, di storie, pur nell’umiltà dei focolari domestici, non ne mancano. Anche esotiche, volendo. Il capitolo dedicato al caffé ricorda, infatti, che la parola “bricco” ha una maternità persiano-arabo-turca nella originaria “ibric”. Quanto alla cuccuma, pochi probabilmente si ricordano che veniva chiamata anche “pettegola”: per il carattere degli incontri salottieri a cui, servizievole, ha contribuito per svariati secoli. (mi.fr.)
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