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News - News dalla Provincia di Belluno

il Corriere delle Alpi — A 43 anni soffre, dice, di una malattia incurabile: la mania di sostituire pezzi di arredamento della sua casa in Cadore con strumenti musicali. Una ossessione accumulativa che lo ha portato a mettere insieme una collezione di 22 banjo, 20 cornamuse, 10 organetti, 15 mandolini e, via via, molto altro.

“Praticamente un museo”, dice Andrea Da Cortà: non si sa se più rassegnato o soddisfatto dei pigli messi insieme in questi anni. «Il fatto è che sono, in tutto e per tutto, un autodidatta: ho cominciato a costruirmi gli strumenti quando in Italia ancora non si trovavano. E oggi mi guardo indietro, e sono vent’anni che dedico la mia vita alla musica popolare». Di chilometri, tra il Cadore e la pianura veneta, ne ha macinati tanti in questi anni di concerti, produzioni, dischi e spettacoli. L’ultimo, in ordine di tempo, debutterà il 31 di luglio al Folkfest di Spilimbergo: la più importante manifestazione del genere in Europa. In questa occasione il musicista sarà protagonista de “Io suono italiano”: la seconda tappa del progetto (che porta anche le firme di Andrea Zuin e Renato Tapino) “Il cammino della musica”, un video-show dedicato alla conservazione delle tradizioni popolari italiane, dal Piemonte alla Sardegna. Immagini, musica e testi mettono insieme un lavoro di etnomusicologia accurato e sorprendente, che ha il pregio raro di far ragionare su vicinanza e lontananza: concetti che, in musica, assumono un significato tutto proprio.

Oggi Andrea Da Cortà suona diversi tipi di cornamuse, la concertina, l’organetto diatonico, vari plettri oltre, naturalmente, alla sua prima passione: l’arpa. Folk, celtica e medievale. Eppure, vent’anni fa, una simile proiezione artistica era semplicemente impensabile. «In un’epoca in cui internet non c’era - racconta - la conoscenza di ambiti musicali non canonici era difficile: bisognava sudarsela. Adesso, per fortuna, è tutto facilmente fruibile». Ma quella tensione che ha portato Andrea Da Cortà a cominciare una avventura musicale che continua a farlo viaggiare ha, in realtà, fondamenta costruite con dedizione e pazienza.

Che cosa ha significato vivere a Belluno per la sua passione? «Ho un sentimento bivalente per Belluno: da una parte, stare qui ha limitato molto, perchè qui siamo lontani da tutto. D’altra parte, l’intensità e la qualità della mia ricerca sono state forti proprio grazie a questa limitazione. Un vantaggio non da poco: confermato, poi, dai contatti che ho avuto nel corso degli anni». Di che cosa soffre un musicista che vive a Belluno? «Soprattutto dell’impossibilità di poter condividere con qualcuno passioni diverse dai binari classici. Negli anni Settanta sono partito con la musica andina, poi mi sono avvicinato alla tradizione nord americana: il country è un pentolone che racchiude un sacco di cose diverse. Ed è, in fondo, una sintesi della Vecchia Europa. Questo mi è successo, di straordinario: di dover passare attraverso l’America per conoscere casa mia. Del resto, da noi ci sono state fratture grosse. Una esperienza che molti, in Italia, hanno fatto. Ma che io ho condotto, all’inizio, in solitudine». Una frattura? «Sì: le due guerre hanno portato a grandi cancellazioni, soprattutto nel Nord dell’Italia. C’è stata una specie di rimozione di tutta la musica che era sentita come legata alla miseria. Un po’ come: fuori le credenze di legno e via con la formica. Un fenomeno, questo, che ha inglobato tra le cose da dimenticare anche la musica della povertà. Non è successo in tutta Europa, ma da noi è stato devastante». E a Belluno, che cosa sopravvive del patrimonio popolare? «La provincia ha una tradizione recente: la frattura con la tradizione è avvenuta prima, anche a causa della grande emigrazione. Però a Zoldo, per esempio, sopravvive una tradizione mandolinistica che risale a metà dell’Ottocento: ritmi di manfrine, valzer, mazurche, polke. Più che il valore in sé, a volte è importante come questi repertori si sono conservati: lo spirito con il quale continuano ad essere diffusi. Questo è uno di quei casi. La musica è viva se c’è qualcuno che la suona. Io non sono per l’archeologia musicale: mi sa tanto da lapide sulla tomba di qualcuno».

Quindi la tradizione è... «La tradizione è in continua evoluzione. Quello che facciamo nella musica popolare (e che faccio anche io) è ricostruire romanticamente qualcosa che è stato e continua a essere in modo diverso. Personalmente, ritengo di far parte di un folk revival che guarda a volte anche con occhio poco rispettoso la tradizione: ma alla musica non si può mettere sopra una data di scadenza». - Michela Fregona

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