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News - News dalla Provincia di Belluno

La mostra del Brustolon a palazzo Crepadona consente di conoscere anche alcune delle grandi opere dell’artista del legno, che si trovano nelle chiese bellunesi.

Una di queste opere è il tabernacolo della chiesa di Cortina. Quando nel 1919 il dottor Henry Aurenche pubblicò a Parigi la sua guida “A Venise par le Dolomites. Tourisme automobile”, benchè dichiarasse con chiarezza di non amare il “rococo”, una volta giunto a Cortina non poté fare a meno di andare a vedere e quindi segnalare ai suoi lettori l’altare scolpito dal Brustolon della chiesa parrocchiale. Sei anni dopo, e con ben altro entusiasmo, Gabriel Faure nella sua guida “Le route des Dolomites” non solo pubblicherà una foto dell’intero altare, ma dedicherà allo scultore parole piene di ammirazione. Come scrive Marta Mazza, l’imponente tabernacolo dell’altare ora dedicato alla Madonna del Rosario della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo a Cortina d’Ampezzo (in legno di cirmolo dorato e policromato, alto 215 cm) fu commissionato allo scultore dall’attivissimo don Giovanni Paolo Zandonella - parroco dal 1678 al 1732, promotore di numerose e importanti modifiche nelle chiese afferenti la parrocchia. Brustolon dovette realizzare l’altar maggiore della parrocchiale, dedicato ai santi Filippo e Giacomo, sullo scorcio del XVII secolo o tutt’al più all’inizio del successivo, concependo un insieme che, per dimensione, complessità architettonica e ricchezza scultorea, era forse il suo manufatto sacro più impegnativo fino a quel momento.
Quando pochi decenni dopo, nel 1768, il consiglio comunale di Cortina deliberò la demolizione della chiesa per l’erezione di un nuovo edificio più grande, l’altare fu salvato insieme agli altri sei esistenti, come specificato dalle cronache; ma diversamente dagli altri, e forse per l’ancora straordinaria celebrità del suo autore, che imponeva un trattamento speciale, fu ingrandito, ristrutturato e trasformato appunto nell’altare del Rosario con l’inserimento di una Madonna lignea più antica, databile al 1630 circa.
In quella circostanza, il grandioso tabernacolo fu ridotto in altezza, affinché non coprisse ai fedeli la visuale della nicchia con la Vergine, e la cromia delle porzioni preesistenti fu accordata alle parti nuove. Sebbene alterato, il tabernacolo è ancor oggi una straordinaria macchina barocca, i cui potenti telamoni su cui poggia la trabeazione superiore, i carnosi fogliami intagliati che ritagliano i vuoti come si vede sul bulbo o sulle basi delle sculture, le rose gonfie dei festoni e dei clipei, richiamano puntualmente l’altare della Anime della Pieve di Forno di Zoldo, il reliquiario di santa Teodora, la Primavera del “fornimento Venier” tutti lavori che si collocano nell’ultimo quindicennio del Seicento. Del tabernacolo esiste, nel fondo disegni di Andrea Brustolon del museo civico e ora esposto in mostra, un modello progettuale che presenta, rispetto al manufatto, alcune varianti come ad esempio la posizione degli angioletti sulla trabeazione che nell’opera sono seduti mentre erano stati pensati inginocchiati.

Una visita alla mostra consentirà quindi al visitatore di vedere le due fasi del processo creativo dell’opera d’arte: il disegno e la sua realizzazione finale, con le variazioni che passarono tra l’uno e l’altra.

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