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News - News dalla Provincia di Belluno

corriere-alpi.jpgQuasi 400 pagine, molti documenti, un arco temporale vasto (dal medioevo a Napoleone): è il nuovo libro, appena uscito, di Ferruccio Vendramini, storico bellunese, dal titolo «La Pieve e le Regole - Longarone e Lavazzo, una storia secolare», edito da Cierre Edizioni.

E’ costato parecchio lavoro questo suo nuovo libro? «Sì, la ricerca è durata un anno e mezzo, e molti sono stati gli archivi consultati. Il mio problema era anche quello di tornare alle ricerche che mi avevano coinvolto negli anni 70, e cioè la storia bellunese dell’età moderna dal secolo XVI al XVIII, dopo avere frequentato la storia contemporanea per l’Istituto della Resistenza di Belluno. Facendo indagini sul dopo Vajont mi sono accorto che non c’era molto sulla storia più antica del Longaronese. Preziosi sono ancora i libri di Giuseppe De Vecchi e di Giovanni Fiorin, ma ho tentato di fare un discorso più generale. Era anche un mio debito verso gli amici e conoscenti della zona, alcuni dei quali hanno perso la vita il 9 ottobre 1963. Con tante pagine pubblicate c’è il rischio di avere fatto qualche errore di cui chiedo già ora scusa».

Quali archivi ha consultato e quali aiuti ha ricevuto? «Ho consultato soprattutto gli Archivi locali, compreso quello di Longarone. In effetti, l’onda tragica ha risparmiato la sede comunale, il Palazzo Mazzolà, dove ho visto parecchi documenti. Devo aggiungere che ovunque ho trovato una squisita accoglienza: a Longarone, alla Biblioteca civica di Belluno, all’Archivio di Stato e in quello Vescovile di Belluno, all’Archivio storico del Comune di Belluno, un posto ideale per fare ricerca. Inoltre, man mano che procedeva il lavoro scritto, l’ho discusso con persone che avevano già toccato temi del genere. Ricordo in particolare Antonio Lazzarini, che ha studiato i boschi del Cansiglio, e Gigi Corazzol, che ha approfondito soprattutto il primo Seicento ed ha dato un contributo di primissimo piano alle conoscenze regionali sui prestiti finanziari. La ricerca storica in sé corre su una serie di motivazioni profonde, e sa dare soddisfazione, specie quando riesci a dare qualche risposta a problemi complessi del passato. Impari anche a capire ed a compatire le “miserie umane” che ti circondano, le furberie, gli arrivismi. Ci sono purtroppo sempre state: persone che credevi perbene si rivelano, quando meno te l’aspetti, ispirate da meschine motivazioni personali. Le carte d’archivio ti suggeriscono frasi già pronte che puoi usare ai tempi nostri, come questa trovata in un documento cinquecentesco: ai manovratori “piacciono i tradimenti, ma non i traditori”».

Quali sono i problemi principali del suo lavoro e le “scoperte” fatte? «Una delle questioni centrali è stato il rapporto tra Castellavazzo (un tempo Castello) e Longarone.
Certamente Castello era più importante; però poco per volta Longarone, più vicino allo sbocco delle valli di Zoldo e del Vajont, assunse rilievo fino a separarsi dalla Pieve religiosa di Castello creandone una propria. Solo a Longarone sorse la Casa della Regola, dove i capifamiglia del paese, assieme a quelli di Igne e Pirago, si riunivano per deliberare sui loro affari ed in particolare sui cosiddetti beni comunali (boschi e pascoli collettivi). Ciò fino all’intervento di Napoleone e alla cesura dei primi anni del secolo XIX. La Pieve di Lavazzo ebbe caratteristiche diverse da quelle più vicine alla città di Belluno, come Castion e Limana, tanto è vero che la ricchezza non era la terra da coltivare, ma il legname. I boschi per secoli, e specialmente dal Cinquecento in poi, furono affittati a mercanti che facevano fluitare lungo il Piave zattere con legna e carbone fino alla laguna veneta. Di questa storia fecero parte anche Erto e Casso, nonché Soverzene.

Alla fine del libro c’è un’appendice documentaria nella quale ho pubblicato lo “statuto rurale” della Regola di Castellavazzo, Olantreghe e Podenzoi (1492-1644) che ritengo inedito». A cosa sta ora lavorando? «Mi sto interessando di un personaggio di prim’ordine, cioè di don Antonio Sperti, che nell’Ottocento fondò l’Orfanotrofio che porta il suo nome. E’ confortante trovare nella storia di Belluno persone del genere; ti entusiasmano per la loro forza morale. Documenti di grande valore li ho trovati nell’archivio dell’Istituto Agosti, e cioè il diario di don Sperti e le lettere che scriveva quando, per necessità finanziarie, andava in giro per il Veneto ed altre regioni dell’Italia settentrionale con i suoi orfani organizzati in fanfara sperando sempre nella Provvidenza. Nello stesso tempo, poiché una mia nipotina abita a Limana, ho cominciato a studiare questa Pieve attraverso un protocollo notarile del Seicento. Anche in questo caso ho avuto l’appoggio amichevole della gente di Limana, nonché di Flavio Vizzutti che sta lavorando sulle chiese di quella parrocchia e di Giorgio Fornasier che ne ha già visto l’archivio e le strutture demografiche».

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